Abbiamo due cervelli. Spesso ne usiamo solo uno.
Ho fatto la scelta "sbagliata". È stata la migliore della mia vita.
Ho lasciato un lavoro sicuro in Banca d'Italia. Tutti pensavano fossi impazzito. Avevano torto.
A diciannove anni ho scelto ingegneria gestionale con la stessa cura con cui si compila un modulo fiscale. Mio padre era ingegnere. Mio fratello era ingegnere. I dati dicevano che quella laurea durava il giusto, che i guadagni sarebbero stati ottimi, che il mercato del lavoro mi avrebbe aperto le porte facilmente senza chiedermi una specializzazione. Era una scelta razionale, documentata, solida.
Non c’era dentro neanche un grammo di cuore.
Ho passato cinque anni a studiare qualcosa che sentivo mio solo in parte. La matematica mi piaceva, mi divertiva. Ma era come vivere in una casa ben costruita in cui mancava una finestra: tutto funzionava, eppure l'aria non circolava.
La tesi magistrale l’ho fatta in diritto. Appena laureato ho lasciato un contratto a tempo indeterminato in consulenza per uno stage in pubblicità: sentivo che c’era ancora troppo che mi mancava. Ottimizzare non mi bastava. Volevo creare. L’idea di passare la vita a rendere il lavoro più efficiente mi turbava come si è turbati da una prigione che non ha ancora sbarre visibili.
Poi tre dottorati, due lasciati. Un lavoro sicuro e ben pagato in Banca d'Italia; lasciato anche quello. Dall'esterno sembrava puro caos. Dall'interno era qualcosa di diverso: ogni pezzo che raccoglievo si stava lentamente orientando verso qualcosa che non sapevo ancora nominare. C’erano cose apparentemente distanti che vedevo collegarsi tra loro.
Oggi sono un professore universitario. Insegno agli ingegneri come leggere i comportamenti umani e i pattern di comunicazione dentro e fuori le aziende, come analizzarli anche con strumenti matematici, come prendere decisioni migliori.
Ci ho messo quasi quindici anni per arrivare dove avrei potuto iniziare a guardare a diciannove anni, se solo mi fossi fatto una domanda diversa. Non “cosa conviene”, ma “cosa voglio”.
Daniel Kahneman1, psicologo e premio Nobel per l’economia, ha passato una vita a studiare perché le persone intelligenti prendono decisioni sbagliate. Ci ha insegnato che la mente umana usa due sistemi distinti per elaborare le informazioni.
Il Sistema 1 è veloce, automatico, silenzioso. Opera sotto la soglia della coscienza, produce verdetti in frazioni di secondo, non mostra il procedimento. Il Sistema 2 è lento, deliberato, analitico. Costa fatica, richiede attenzione, ha bisogno di spazio.
Col Sistema 1 sentiamo se una persona ci ispira fiducia; col Sistema 2 verifichiamo se abbiamo ragione. Con il primo compriamo il solito detersivo, col secondo scegliamo accuratamente una casa.
Spesso sbagliamo a scegliere perché il Sistema 2 è costoso da attivare. Il Sistema 1 è veloce ed economico. E quando il Sistema 1 produce una risposta che ha una forma coerente, che “fila”, il Sistema 2 tende ad approvarla senza verificare davvero.
Amiamo le storie coerenti.
Se una spiegazione “fila”, tendiamo spesso a crederla vera, indipendentemente da quante prove ci siano sotto.
“Faccio ingegneria perché mio padre è ingegnere, perché i dati supportano questa scelta, perché è la decisione più sensata.” Era una storia coerente. Filava. Così smisi di cercare le falle.
La coerenza non è verità. È solo coerenza.
Il punto non è che un sistema sia buono e l’altro cattivo. È che spesso non sappiamo quale dei due sta guidando.
Io a diciannove anni pensavo di usare il Sistema 2. Avevo i dati, avevo i criteri, avevo la logica. Ma avevo analizzato solo metà del problema. Col pensiero lento avevo esaminato il mercato del lavoro, i tempi della laurea, le prospettive di guadagno. Non avevo analizzato me. Le mie inclinazioni più profonde, quello che mi dava energia e quello che me la toglieva, non erano entrate nel calcolo. E dal Sistema 1 avevo preso solo una cosa: la paura. La paura di deludere, la paura dell’incertezza, la paura di scegliere una strada che non aveva il timbro di approvazione. Non avevo integrato i due sistemi. Li avevo usati entrambi a metà.
Quando ho lasciato la Banca d’Italia, molte persone attorno a me hanno visto una cosa precisa: qualcuno che rinunciava a uno stipendio solido per una posizione precaria. Una scelta che, raccontata così, suonava ai limiti dell’irresponsabilità.
Ma io la stavo guardando da un’altra angolazione. Quella differenza di stipendio non era una perdita. Era il prezzo di qualcosa che non ha voce nelle tabelle comparative: la libertà di pensiero, la libertà di azione, la libertà di svegliarsi ogni mattina con la voglia di scoprire cose nuove. Non stavo rinunciando a qualcosa. Con i soldi in meno del mio stipendio, stavo comprando quello che altrove non era in vendita.
Si chiama effetto framing: la stessa realtà, inquadrata diversamente, produce decisioni diverse. “Stipendio ridotto e precarietà” e “investimento in libertà e scoperta” si adattano alla stessa situazione. Una visione chiude, l’altra apre. Una attiva la paura, l’altra il desiderio.
Il framing non è solo una tecnica di comunicazione. È la struttura invisibile dentro cui prendiamo le nostre decisioni. Nella maggior parte dei casi non scegliamo noi come inquadrare le cose: lo fa il Sistema 1, in automatico, usando la cornice che gli arriva prima. Quella dei colleghi, quella della famiglia, quella della cultura in cui siamo cresciuti.
La stessa scelta può sembrare una perdita o una liberazione. Dipende solo da dove inquadri l’immagine. Spostare il frame è una delle cose più difficili che esistano. Ed è anche la più utile.
C’è un altro meccanismo che ha reso le mie scelte più difficili: l’avversione alla perdita.
Una perdita pesa psicologicamente più di un guadagno equivalente.
Se qualcuno ci regala 10 euro, proviamo un piccolo piacere. Se invece quei 10 euro ci vengono tolti dal portafogli, il fastidio è molto più intenso. La somma è la stessa, ma il peso psicologico no.
Abbandonare il contratto a tempo indeterminato per uno stage non era solo una scelta professionale. Era toccare con mano qualcosa che si perde, concreto e misurabile, in cambio di qualcosa di vago, futuro, incerto. Il cervello non valuta le opzioni su una scala neutra. Sente la perdita come una minaccia più di quanto senta il guadagno come una promessa.
Ogni volta che lasciavo qualcosa, il costo psicologico era reale e immediato. Quello che guadagnavo era lontano, invisibile, ipotetico. Eppure ho trovato il coraggio.
Non dobbiamo scegliere tra cuore e ragione. Dobbiamo imparare a farli dialogare nel modo giusto.
La prossima volta che ti trovi davanti a una scelta difficile, prova a chiederti: come la sto inquadrando? Chi ha scelto questa cornice e quando?
Analizza le tue scelte usando entrambi i sistemi. Chiediti cosa ha razionalmente senso, per commettere meno errori, ma non mettere a tacere tutte le tue sensazioni di “pancia”.
C’è differenza tra un bias, ovvero un errore sistematico che ripetiamo, magari senza accorgercene, e un’intuizione giusta per cui servono ancora la prove a supporto.
Quando sono in dubbio, ricordo sempre un pezzo del libro di Castaneda, Gli Insegnamenti di Don Juan:
“Ogni strada è soltanto una tra un milione di strade possibili. […] Se sentite di non doverla seguire, non siete obbligati a farlo in nessun caso.
[…] la decisione di continuare per quella strada, o di lasciarla, non deve essere provocata dalla paura o dall’ambizione.
[…] rivolgete una domanda a voi stessi, e soltanto a voi stessi: “Questa strada ha un cuore?” […] Se ce l’ha è una buona strada. Se non ce l’ha, è da scartare.”
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Nota: L’autore non è psicologo né psicoterapeuta. I contenuti di questa newsletter hanno finalità esclusivamente divulgative e formative: non costituiscono attività psicologica, psicoterapeutica o sanitaria, né sostituiscono il supporto di un professionista abilitato. Eventuali esercizi o domande proposte sono strumenti di auto-osservazione da usare con buon senso, non per effettuare valutazioni o interventi su di sé o sugli altri. In caso di disagio emotivo significativo o di sintomi persistenti, rivolgiti a uno psicologo, a uno psicoterapeuta o a un medico. L’autore declina ogni responsabilità per un uso improprio dei contenuti.
Kahneman, D. (2013). Thinking, Fast and Slow. Farrar Straus & Giroux.




Ecco ho trovato qui la risposta alla domanda che ti ho posto da un'altra parte ..
Eccellente !! Hai il dono di semplificare ogni cosa è renderla gradevole. Ti seguo