L'esperienza rende ciechi
Quando credi di osservare ma stai solo cercando conferme
Roberto non ha alzato gli occhi dallo schermo per tutta la riunione.
Giulia lo aveva notato subito. Si era preparata per due settimane: molti dati raccolti, slide rifatte tre volte, una proposta che alla fine le sembrava davvero solida. Appena lei ha finito di parlare, lui ha chiuso il laptop a metà, ha detto “grazie, ci penso” e ha lasciato la sala.
Giulia è rimasta un momento in piedi, con le slide ancora aperte sullo schermo. Ci penso. Due parole. Come se le avesse appena chiesto di cambiare marca di carta per la stampante.
Adesso fermo qui. Cosa pensi di Roberto?
Probabilmente non molto di buono. Un capo distratto, uno di quelli che ti fanno sentire trasparente. Ed è esattamente quello che ha visto Giulia.
Ma ora rileggi la stessa scena.
Quella mattina, trenta minuti prima della riunione, Roberto aveva aperto un’email dal cliente che rappresentava il trenta per cento del loro fatturato: stavano valutando di cambiare fornitore. Sei mesi di ricavi, in bilico. Mentre Giulia parlava, lui cercava di capire cosa rispondere, se chiamare l’amministratore delegato prima o dopo pranzo, come contenere il danno senza allarmare il team. Quel “ci penso” non era un modo per liberarsi di lei. Sul suo taccuino digitale c’erano tre righe sulla proposta di Giulia, con una stella accanto. Voleva darle una risposta seria, senza liquidarla di fretta.
Stessa sala. Stessa conversazione. Eppure due scene che a malapena si somigliano.
Il punto di vista non è solo dove rivolgi lo sguardo. È anche quello che porti con te quando osservi.
Adesso fai questo esercizio.
Pensa a una situazione recente in cui hai giudicato qualcuno rapidamente. Un collega che non ha risposto a un messaggio. Un amico che sembrava assente a cena. Tuo figlio che ha alzato gli occhi al cielo quando gli hai chiesto qualcosa. Tienila in mente, quella scena. Rileggila come hai appena riletto quella di Roberto: cerca l’angolazione che non avevi considerato.
Non devi convincerti di aver avuto torto. Devi solo chiederti: cos’altro potrebbe essere vero?
È piccolo, come esercizio. Ma, fatto tutti i giorni, cambia il modo in cui leggi le persone e le situazioni intorno a te.
Il problema è che di solito non lo facciamo. Arriviamo a ogni scena già carichi.
C’è una storia Zen che lo racconta bene: un professore va da un maestro per imparare, si siede e comincia a fare domande. Parla a lungo, ancor prima che il maestro risponda. Il maestro intanto versa del tè nella sua tazza, lentamente, finché non trabocca sul tavolo. “È piena!” protesta il professore. Il maestro risponde: “Come questa tazza, sei colmo delle tue opinioni. Come posso mostrarti qualcosa di nuovo se non svuoti prima la tua tazza?”
Giulia, quando è entrata in quella sala, aveva già una storia in testa su Roberto. Da un commento che lui aveva fatto mesi prima, da una dinamica con altri colleghi che si trascinava da tempo. Aveva portato quella storia con sé, l’aveva sovrapposta alla scena. E la scena le aveva restituito esattamente quello che cercava: conferma.
Questo è il modo in cui il giudizio arriva prima della comprensione. Non è stupidità. È quello che fa una mente quando non ha più spazio.
Una mente occupata è efficiente. Classifica in fretta, risparmia energia, chiude i file aperti prima ancora di leggerli per bene. Ma paga un prezzo: non riesce più a stare di fronte a qualcosa senza già sapere cos’è. Ogni nuova scena trova un cassetto pronto ad accoglierla.
Per osservare davvero, devi portare con te meno di quello che hai.
Penso spesso a un esploratore che parte per un territorio sconosciuto e carica la nave di tutto quello che ha: oggetti familiari, mappe di altri posti, le certezze che lo rassicurano. Arriva a destinazione con lo scafo basso sull’acqua e la stiva già colma. Non c'è posto per ciò che potrebbe trovare. Se non lascia a terra qualcosa di vecchio, tornerà a casa con lo stesso carico con cui era partito.
Osservare richiede il contrario: partire leggeri. Lasciare a casa le storie già scritte prima ancora di arrivare.
Non sto dicendo di sospendere il giudizio per sempre o di diventare il tipo di persona che trova attenuanti per tutto. Sto dicendo di aspettare un secondo prima di chiudere ogni file. Di stare nelle scene della tua vita qualche momento in più, finché non smettono di sembrarti così ovvie.
Giulia, nel pomeriggio, ha mandato un messaggio a Roberto per sapere se c’era bisogno di qualcosa. Lui le ha risposto venti minuti dopo con tre paragrafi e una domanda di approfondimento. Aveva letto tutto. Aveva preso appunti.
Ogni giudizio che diamo racconta qualcosa di noi; è un autoritratto. Racconta cosa stiamo portando e cosa ci aspettiamo già di trovare.
Allora, vale sempre la pena chiedersi:
Cosa succederebbe se la storia che ho già scritto non fosse l’unica possibile?
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Nota: L’autore non è psicologo né psicoterapeuta. I contenuti di questa newsletter hanno finalità esclusivamente divulgative e formative: non costituiscono attività psicologica, psicoterapeutica o sanitaria, né sostituiscono il supporto di un professionista abilitato. Eventuali esercizi o domande proposte sono strumenti di auto-osservazione da usare con buon senso, non per effettuare valutazioni o interventi su di sé o sugli altri. In caso di disagio emotivo significativo o di sintomi persistenti, rivolgiti a uno psicologo, a uno psicoterapeuta o a un medico. L’autore declina ogni responsabilità per un uso improprio dei contenuti.





Per chi come, spesso teme che “tutto sia già scritto”, l’esercizio proposto è un ottimo allenamento, anche per uscire dal loop dell’auto giudizio. C’è sempre un’angolazione che non riusciamo a vedere🙏🏻 Grazie!