Pacchi da scartare, vuoti da riempire
Autoinganni, semplificazioni e altre bugie ragionevoli
Il sabato pomeriggio in cui ho visto Martina aprire il terzo pacco in una settimana, mi sono chiesto se fosse davvero felice come diceva.
Aveva lasciato Luca tre mesi prima, dopo aver scoperto messaggi che non avrebbe dovuto leggere. Da allora riempiva i weekend con giri tra i negozi del centro, borse color senape, libri che non avrebbe aperto, una lampada di sale che prometteva qualcosa di vago sull’energia degli ambienti. Ogni acquisto le regalava venti minuti di euforia. Poi il silenzio tornava, più pesante di prima.
“Finalmente mi sto prendendo cura di me”, mi diceva.
E ci credeva davvero.
C’è qualcosa di insidioso negli autoinganni: non arrivano con la faccia da bugiardi. Arrivano travestiti da soluzioni ragionevoli, da cure meritate, da buon senso. Mentiamo a noi stessi più spesso di quanto mentiamo agli altri, e lo facciamo con molta più convinzione1.
Gli autoinganni non sembrano bugie. Sembrano risposte sensate a problemi reali.
Martina stava modificando la sua percezione del problema abbastanza da non doverlo guardare in faccia. Ogni pacco scartato spostava l’attenzione da un dolore sopito, abbassava la pressione, rendeva la sera un po’ più sopportabile. Ma il problema restava lì, intatto, ad aspettare.
A volte, ciò che facciamo per stare meglio cambia il modo in cui sentiamo la realtà, non la realtà stessa. E spesso peggiora la situazione, perché ci allontana dal comprendere il meccanismo che alimenta i nostri problemi.
C’era anche un’altra trappola, più sottile, in quello che Martina mi raccontava.
Quando le chiedevo come stava, semplificava. “Sto bene, ho solo bisogno di distrarmi”. Oppure: “Il problema era lui, ora sono libera”. Frasi che chiudevano in fretta qualcosa che meritava di restare aperto per poter essere elaborato.
Semplificare piace perché solleva dallo sforzo. Ridurre un dolore complesso a una causa sola, o a una formula rassicurante, è come mettere un coperchio su una pentola che bolle: il rumore si abbassa, ma il fuoco è ancora acceso. La realtà, nelle relazioni, nelle crisi, non funziona mai con una sola causa e un solo effetto. Le dinamiche si intrecciano, si alimentano a vicenda, tornano indietro su sé stesse.
Semplificare è confortante. Ma quando semplifichiamo, perdiamo di vista proprio quello che serve vedere.
Se Martina si fosse fermata a osservare davvero, avrebbe visto che il dolore non era solo per Luca. C’era dentro anche la fatica di anni passati a trascurare alcune parti di sé, a rimandare conversazioni difficili, a costruire un’identità che dipendeva troppo dalle sue relazioni. Ma guardare tutto questo insieme era faticoso. Molto più faticoso di comprare una lampada di sale.
Un giovedì sera, mentre eravamo seduti in un bar con i vetri appannati dall’umidità di novembre, Martina ha detto una cosa che mi ha colpito.
“Ho capito che non riesco a smettere di comprare perché ogni volta che entro in un negozio so già come andrà a finire. È l’unica cosa prevedibile che ho in questo periodo.”
Era la prima volta che guardava il meccanismo dall’esterno invece di starci dentro. Non era ancora uscita dalla trappola. Ma aveva smesso, per un momento, di negarla.
Il primo passo non è risolvere l’autoinganno. È vederlo.
Costruire una mappa delle abitudini
Prima di dormire, dedica cinque minuti a mappare la giornata. Tieni un elenco di quello che hai fatto, detto e pensato, anche le cose più piccole.
Fallo per qualche sera di fila. Poi torna indietro e guarda: quali di queste azioni si ripetono? Evidenziale.
Dopo, prova a etichettare ogni abitudine. Controproducente, utile, neutra. Non serve che tu sappia già la risposta. Serve che tu smetta di fare le cose senza guardarle.
A fine settimana rileggiti tutto. Spesso basta questo per cominciare a distinguere i comportamenti che ti sostengono da quelli che ti tolgono energia senza che te ne accorga.
Martina ha fatto qualcosa di simile. Ha scritto su un foglio quello che faceva il sabato. Ha visto, nero su bianco, che negli ultimi tre sabati aveva comprato qualcosa ogni volta. A volte vedere è già abbastanza.
Se ti è rimasto qualcosa, dimmi la tua nei commenti. E se pensi che questo articolo potrebbe arrivare al momento giusto per qualcuno, giraglielo.
Nota: L’autore non è psicologo né psicoterapeuta. I contenuti di questa newsletter hanno finalità esclusivamente divulgative e formative: non costituiscono attività psicologica, psicoterapeutica o sanitaria, né sostituiscono il supporto di un professionista abilitato. Eventuali esercizi o domande proposte sono strumenti di auto-osservazione da usare con buon senso, non per effettuare valutazioni o interventi su di sé o sugli altri. In caso di disagio emotivo significativo o di sintomi persistenti, rivolgiti a uno psicologo, a uno psicoterapeuta o a un medico. L’autore declina ogni responsabilità per un uso improprio dei contenuti.
Watzlawick, P., Weakland, J. H., & Fisch, R. (1974). Change: Principles of Problem Formation and Problem Resolution. W. W. Norton & Company.



