Quest'estate annoiati
Storia di un cervello che lavora quando tu ti fermi
Ad Alicudi il telefono non serve quasi mai. Quel giorno, però, si è spento del tutto proprio mentre la donna del piccolo bar del porto mi diceva che l’aliscafo per Milazzo non sarebbe partito: mare mosso, vento forte, impossibile sapere quando si sarebbe ripreso a navigare. Una sosta non prevista. Niente caricatore, niente vestiti di ricambio, un gradino di pietra lavica ancora caldo e il porticciolo che odorava di alghe secche e salsedine.
Non sapevo quanto sarei rimasto al porto, senza schermo, senza playlist, senza nemmeno la scusa di controllare l’email.
Mi è tornato in mente un esperimento condotto alla University of Virginia: alcune persone vennero lasciate sole con i propri pensieri per una quindicina di minuti. Una parte considerevole scelse di somministrarsi una scossa alla caviglia pur di non restare ferma con sé stessa1. Scelsero il dolore per interrompere quel vuoto. Sembra che per molte persone fare qualcosa sia sempre preferibile al non fare nulla, anche quando quel qualcosa è negativo.
Su quel gradino di pietra ho capito perché. Il vuoto non è neutro: è scomodo, ha una consistenza fisica, ti si appiccica come un vestito troppo stretto.
Ma il cervello, in quel vuoto, non si spegne. Quando smettiamo di rincorrere una notifica o un compito, entra in gioco quella che i neuroscienziati chiamano rete di default: un insieme di aree coinvolte nell’elaborazione dei ricordi, nell’immaginazione e nella costruzione di collegamenti tra esperienze rimaste separate. Non è un cervello a riposo. È un cervello che lavora su un altro tavolo.
Sul mio tavolo, quel pomeriggio, è arrivata un’idea nuova. Non la stavo cercando. Guardavo un uomo scaricare casse di pomodori dal dorso di un mulo, quando mi venne in mente.
Non stavo rimuginando. Non c’era l’ansia che si attacca ai pensieri e li fa girare intorno alla stessa preoccupazione. C’era solo un flusso che si muoveva, prendeva una direzione, la lasciava, ne prendeva un’altra.
C’è differenza tra una mente che vaga libera e una mente che, per combattere la noia, rimane incastrata a ripetersi le stesse frasi2.
La parte più scomoda non è stata la noia in sé. È stata resistere all’impulso di tornare al bar per chiedere un caricatore. Due volte sono stato sul punto di cedere. Restare con le mani vuote, quando ti si offre l’occasione di riempirle, è un allenamento più che un riposo: la capacità di stare con se stessi senza scappare è un muscolo e si allena solo restando nella tensione, non evitandola.
Dopo un po’, mi sono appisolato per un’oretta, con la testa contro lo zaino. Mi ha svegliato la voce della donna del bar, stavolta per dirmi che il mare si era calmato e l’aliscafo sarebbe partito l’indomani all’alba. Mentre dormivo, l’idea di prima si era fatta più chiara. Quello che avrei dovuto fare al ritorno dalle ferie mi appariva netto, come se qualcuno l’avesse scritto per me. È la stessa logica per cui, dopo una notte di sonno, un problema che la sera prima sembra senza uscita al mattino si sistema quasi da solo: il cervello continua il lavoro anche quando tu smetti di spingere.
La soluzione, a volte, non arriva quando insegui il problema. Arriva quando gli lasci lo spazio per raggiungerti.
Russell, in Elogio dell’ozio, faceva un’osservazione che mi è tornata in mente proprio su quel gradino: il tempo vuoto, da solo, non produce niente di buono o di cattivo. Diventa noia sterile o diventa pensiero, a seconda di quanto abbiamo imparato a starci dentro.
Su quella pietra ancora calda, mentre il mare cominciava finalmente a calmarsi, anche le mie idee presero una direzione. Ne avrei coltivate alcune ogni venerdì sera per un anno. Un giorno mi avrebbero portato a scoprire come prevedere l’esito di un’elezione.
Quest’estate, annoiati. Se ti ritrovi in una situazione simile, prima di cercare un caricatore o un libro di riserva, prova a restarci un po’.
Prova a lasciare il telefono in un’altra stanza per un’ora, a guardare la moka finché il caffè non sale, a camminare senza cuffie al tramonto lungo la spiaggia, a fare una fila senza tenere nulla in mano.
Non serve organizzare la noia. Basta non riempirla subito.
Che cosa emerge quando togli tutto il resto? E quanto ti costa, oggi, restare senza far nulla per più di due minuti prima che la mano corra verso la tasca?
Anch’io quest’estate proverò ad annoiarmi. La mia newsletter, per un po’, si ferma. Ci ritroviamo a settembre.
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Wilson, T. D., Reinhard, D. A., Westgate, E. C., Gilbert, D. T., Ellerbeck, N., Hahn, C., Brown, C. L., & Shaked, A. (2014). Just think: The challenges of the disengaged mind. Science, 345(6192), 75–77. https://doi.org/10.1126/science.1250830
Goleman, D. (2014). Focus: The Hidden Driver of Excellence. Bloomsbury Paperbacks.



