Una domanda che fa miracoli
Quando visualizzare il futuro ti aiuta a capire il presente
Chiara aveva corso gli 800 metri per diciannove anni. L’ultimo ricordo che aveva della pista era il suono dei tacchetti sull’asfalto bagnato, in una mattina di novembre. Poi, a trentadue anni, una caduta, un tendine. Operazione. Riabilitazione. Fine.
Quando la incontrai, erano passati quattordici mesi dall’intervento. Era seduta dritta, come chi ha trascorso tutta la vita ad allenarsi. Ma gli occhi erano altrove.
“Voglio ricostruire”, mi disse. “Non so ancora cosa. Ma voglio ricominciare”.
Le feci una sola domanda:
“Se domani ti svegliassi e, per miracolo, ti trovassi nella tua vita ideale e avessi già ricominciato, da cosa te ne accorgeresti?”
Chiara rimase in silenzio abbastanza a lungo da farmi sentire il rumore del traffico fuori dalla finestra.
Poi disse: “Smetterei di svegliarmi alle cinque e mezza”.
“Riuscirei a rivedere le mie vecchie compagne di allenamento. Potrei guardare una gara in TV senza dover uscire dalla stanza”.
Aspettai. Continuò.
“Chiamerei Sara e le direi ‘ho una ragazza che ha il tuo stesso problema di partenza, posso mandarti un video?’.
Poi andrei in pista. Sentirei l’odore caldo del tartan. Vedrei una ragazza sprecare tutto nei primi trecento metri e saprei già cosa dirle.
Non avrei il solito pensiero. Sai, quello che fai quando vedi qualcuno correre forte e pensi: io a quell’età ero già più veloce.
Alla fine dell’allenamento qualcuno mi chiederebbe ‘ci vediamo giovedì?’ e io direi sì, senza dover controllare se ho voglia di alzarmi”.
Per quattordici mesi Chiara aveva continuato a svegliarsi alle cinque e mezza.
Non per allenarsi. Non più. Restava sdraiata e, per qualche secondo, non sapeva bene chi fosse.
In quel momento capii che non stavamo parlando di quando alzarsi, ma di un’identità rimasta accesa anche dopo la fine della carriera. Senza lo sport, Chiara non sapeva più rispondere a una domanda che aveva sempre dato per scontata: chi sono?
Quando si chiede a qualcuno di descrivere uno scenario in cui il problema è risolto, emergono dettagli che nessuna analisi diretta riesce a far venire a galla1. Non perché la persona li nasconda, ma perché non li ha mai collegati. Chiara non aveva mai pensato consapevolmente che un costo reale dell’infortunio fosse quel risveglio alle cinque e mezza. E forse non pensava nemmeno che, dentro lo sport, potesse esistere per lei un modo diverso di stare in pista.
E il corpo risponde. Quando si immagina uno scenario con abbastanza dettaglio, il cervello non lo tratta sempre come pura finzione: le stesse reti neurali che si attivano nelle emozioni vissute dal vivo si possono accendere anche con l’immaginazione2. Visualizzare il futuro che si vuole non è un esercizio astratto: è un modo per cominciare a sentirlo prima ancora di viverlo.
Chiara, mentre descriveva la scena, si era appoggiata allo schienale. Le spalle si erano abbassate di un centimetro.
C’è un effetto in più, che emerge dopo. Lo scenario che descrivi diventa un metro di misura.
Immaginare il giorno dopo il miracolo non è sognare a occhi aperti. È trovare un primo segnale da portare nel presente.
Chiara capì che qualcosa stava cambiando dalla mattina in cui si svegliò da sola alle nove. Non lo capì da una decisione grande, ma da una cosa piccola, quasi involontaria. Non sapeva ancora con certezza chi sarebbe diventata. Ma aveva visto una scena in cui non era più soltanto quella che aveva perso qualcosa. E, ancor più importante, stava smettendo di voler essere ancora quella di prima.
Qualche giorno dopo scrisse a Sara: “Posso passare a vedere un allenamento?”.
C’è qualcosa nella tua vita che continui a fare per abitudine, anche se la ragione originaria non esiste più? E se immagini il giorno in cui quel peso non c’è più, qual è la prima cosa che vedi cambiare?
Cosa puoi fare oggi
Pensa a qualcosa che non funziona, anche una cosa piccola. Oppure pensa a un obiettivo che vuoi raggiungere. Poi chiediti:
Se domani mi svegliassi e, per miracolo, il mio problema fosse risolto, cosa cambierebbe? Da cosa me ne accorgerei? Cosa farei di diverso e quali nuove emozioni proverei?
Non cercare la soluzione. Cerca i segnali. Poi prendi il più piccolo tra quelli che hai elencato e chiediti se puoi farlo accadere già oggi.
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Nota: L’autore non è psicologo né psicoterapeuta. I contenuti di questa newsletter hanno finalità esclusivamente divulgative e formative: non costituiscono attività psicologica, psicoterapeutica o sanitaria, né sostituiscono il supporto di un professionista abilitato. Eventuali esercizi o domande proposte sono strumenti di auto-osservazione da usare con buon senso, non per effettuare valutazioni o interventi su di sé o sugli altri. In caso di disagio emotivo significativo o di sintomi persistenti, rivolgiti a uno psicologo, a uno psicoterapeuta o a un medico. L’autore declina ogni responsabilità per un uso improprio dei contenuti.
De Shazer, S. (1988). Clues: Investigating solutions in brief therapy. New York : W.W. Norton. http://archive.org/details/cluesinvestigati0000desh
Williams, S. E., Veldhuijzen Van Zanten, J. J. C. S., Trotman, G. P., Quinton, M. L., & Ginty, A. T. (2017). Challenge and threat imagery manipulates heart rate and anxiety responses to stress. International Journal of Psychophysiology, 117, 111–118. https://doi.org/10.1016/j.ijpsycho.2017.04.011



