Vincere la paura di parlare in pubblico
Bloccare richieste di aiuto, evitamenti e tentativi di controllo
Il telefono del mio ufficio squillò un martedì pomeriggio di marzo 2015, mentre mi concentravo su una formula matematica, con la finestra aperta e le voci degli studenti che salivano dal cortile dell’università. Era il direttore del corso di laurea. Mi disse che da quell’anno avrei avuto la titolarità del corso di Economia Applicata. Avevo appena finito il dottorato. Quella chiamata, a quell'età, non me l'aspettavo. Mi sentii felice prima ancora che pronto.
Poi aggiunse, quasi di sfuggita, due dettagli che mi fecero smettere di respirare per un secondo: il corso sarebbe iniziato dopo due giorni ed era in inglese. Non avevo una slide, non avevo un programma scritto, non avevo mai tenuto una lezione intera in quella lingua.
I primi giorni li passai a cercare qualcuno che mi coprisse le spalle. Chiedevo a una collega più esperta di rivedere le mie slide la sera prima. Un’altra volta le chiesi di venire a fare lei la prima mezz’ora di lezione su un argomento che certamente conosceva meglio.
Lei aveva spesso altro da fare, ed è giusto così: non era il suo corso. Io restavo con la stessa paura di prima, più una sensazione nuova, quella di essere in debito con qualcuno. Quello che non vedevo era il messaggio che mi ripetevo ogni volta che chiedevo una mano prima di entrare in aula.
Chiedendo aiuto o chiedendo ad altri di andare al mio posto, stavo dicendo a me stesso che da solo non ce l’avrei fatta.
Davanti alla paura, quello che tendiamo a fare è evitare o chiedere aiuto. Due azioni apparentemente innocue che, in realtà, spesso rafforzano la paura che proviamo.
Provavo anche a blindare tutto ciò che potevo controllare. La mattina, prima di ogni lezione, scrivevo sul palmo della mano i termini tecnici che temevo di dimenticare: internal rate of return, discount rate, sunk cost. Immaginavo tutte le domande che gli studenti avrebbero potuto farmi. Poi entravo in aula già stanco e, proprio nei momenti in cui cercavo di ricordare tutto a memoria, mi capitava di perdere il filo del discorso e di dover andare a braccio. Più stringevo la presa sul controllo, più mi scivolava tra le dita.
Ci fu una lezione in cui uno studente mi fece una domanda a cui non sapevo rispondere, in un inglese che non riuscivo a capire bene. Invece di girarci intorno, dissi semplicemente che non lo sapevo e che glielo avrei detto alla lezione successiva. Silenzio per un attimo, poi qualcuno annuì e andammo avanti. Nessuno mi giudicò per quello che non sapevo.
Ammettere quello che non sapevo mi rese più credibile agli occhi degli studenti, non meno.
Qualche settimana dopo feci un passo in più. All’inizio della lezione, prima ancora di aprire le slide, dissi che il corso mi era stato assegnato con due giorni di preavviso, che era la mia prima volta a tenerlo in inglese e che, se avessero notato qualcosa che non tornava, avrebbero potuto farmelo notare. Non lo dissi per cercare comprensione. Lo dissi per togliermi di dosso un peso prima ancora di iniziare a sentirlo.
L’effetto fu diverso da quanto pensavo. Nessuno alzò un sopracciglio, nessuno prese nota di quella frase per usarla contro di me più avanti. I visi in aula, se possibile, si distesero.
Aver dichiarato la paura prima ancora che qualcuno la notasse tolse la possibilità che diventasse un giudizio.
E qualcosa cambiò anche dentro di me. La stessa frase che pronunciavo per rassicurare loro finiva per rassicurare anche me: dirla ad alta voce le toglieva peso, come quando confessi un peccato e smette di pesarti sulle spalle in silenzio.
Da lì smisi di scrivere sul palmo della mano. Iniziai invece a tenere il pennarello della lavagna in mano anche quando non stavo scrivendo. Nei momenti in cui la voce si faceva più incerta, spostavo lì l’attenzione: il peso preciso, il tappo che scorreva tra le dita. Non annullavo la paura, ma le toglievo spazio. Il pennarello mi distraeva dall’ansia per il mio compito.
L’esperimento più strano arrivò dopo aver parlato con un’amica psicologa. “Segui la logica del paradosso”, mi disse. Nei giorni prima delle lezioni più difficili, per venti minuti, sempre alla stessa ora, mi sedevo e immaginavo lo scenario peggiore1: dimenticare un termine a metà frase, restare in silenzio davanti a cinquanta studenti, essere costretto ad ammettere di aver sbagliato tutto il calcolo sulla lavagna.
Immaginare il peggio, paradossalmente, mi faceva sentire meglio. È lo stesso principio per cui, se ripercorri di notte lo stesso sentiero abbastanza volte, alla fine ne conosci ogni buca e il buio smette di inquietarti. Come quando guardi un film dell’orrore così tante volte che il mostro, alla fine, non fa più paura.
Dieci anni dopo mi trovai dietro le quinte di un evento con qualche centinaio di persone in sala, microfonato, ad aspettare il mio turno. Dovevo tenere un discorso, in stile TED Talk, sui segnali onesti e sul potere delle parole. Sullo stesso palco, avrebbe parlato Natalie Portman.
La valigia non era arrivata. L’avevano persa da qualche parte tra uno scalo e l’altro, e io ero lì con addosso i primi vestiti trovati da Zara un’ora prima. Avrei potuto ignorare la cosa e aprire il discorso come avevo pianificato. Scelsi invece di partire da lì. Dissi: “Avete mai usato le parole senza la cura che meritavano?” Lasciai un secondo di silenzio. “Io sì, proprio stamattina, quando mi hanno perso la valigia in aeroporto”.
Qualche risata in sala, poi un’attenzione diversa, più vera. La stessa mossa imparata in quell’aula universitaria dieci anni prima, dichiarare la fragilità prima che qualcun altro la noti, funzionava ancora: questa volta su un palco enorme, in un’altra nazione, davanti a sconosciuti.
Lo racconto perché, in quel momento, misurai tutta la strada percorsa dal telefono che squillava in un pomeriggio di marzo. Le mani erano ancora un po’ fredde, come allora. Ma dietro le quinte non c’era nessun collega a cui chiedere di ricontrollare le slide, nessuna prova generale fatta la sera prima per sentirmi al sicuro. C’ero solo io, con una gran voglia di entrare in scena. E, questa volta, bastava.
Se c’è una cosa che vale la pena provare, prima della tua prossima riunione o presentazione difficile, è questa: nota qual è la tua richiesta d’aiuto ricorrente, quella a cui torni ogni volta per sentirti al sicuro, e prova a bloccarla almeno una volta. Non per dimostrare qualcosa a nessuno. Solo per vedere cosa succede quando smetti di proteggerti.
Allo stesso modo, prova a smettere di evitare e lascia andare l’idea di avere tutto sempre sotto controllo.
Puoi provare a vincere la tua paura di parlare in pubblico in tanti modi, per esempio:
affrontandola poco a poco, a piccole dosi;
cercando di spostare l’attenzione, nei momenti più difficili, da quello che ti dà ansia a qualcosa di neutro, come un oggetto che tieni in mano;
preparandoti senza imparare a memoria. Lasciando che, ogni volta che ripeti, il discorso fluisca in modo nuovo;
dichiarando, anche in modo ironico, qualche tua insicurezza alla platea, prima di iniziare il discorso.
Se ti è rimasto qualcosa, dimmi la tua nei commenti. E se pensi che questo articolo potrebbe arrivare al momento giusto per qualcuno, giraglielo.
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